MAFIE A NORD OVEST, IDENTIKIT DI UN FENOMENO

Filca nazionale 29 Settembre 2015

torinoLa mafia non è invincibile, ma per vincerla è necessario volerlo. Serve l’impegno  quotidiano, serve la conoscenza, servono le leggi giuste e il senso di responsabilità. Ma, soprattutto, serve ragionare e agire insieme, riunendo tutte le forze politiche, la magistratura, le forze di polizia, i governi locali, i sindacati, i professionisti, le associazioni di categoria e i cittadini. Nessuno escluso, perché – se ancora non lo si è capito – la mafia è un (brutto) affare che ci riguarda tutti.

E’ questo il messaggio emerso in maniera forte e chiara dal convegno di studi “Mafie a Nord Ovest: identikit di un fenomeno” (organizzato dal Dipartimento Legalità e Ambiente della Filca Cisl nazionale insieme al Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino) che si è svolto lo scorso 25 settembre al campus Luigi Einaudi dell’Università sabauda.

In una sala affollata di studenti, di lavoratori e di referenti sindacali, i cinque relatori  – il prof. Rocco Sciarrone, Josè Maria Fava dell’associazione Libera, il Senatore Stefano Esposito, il procuratore aggiunto Alberto Ernesto Perduca e il segretario nazionale della Filca Cisl Salvatore Scelfo –  coordinati dal giornalista del quotidiano La Stampa Giuseppe Legato, hanno tracciato l’identikit di un fenomeno che in Piemonte, in Liguria, in Lombardia e in Valle d’Aosta è presente ormai da diverso tempo. In  Piemonte, per esempio, alcune importanti inchieste condotte negli ultimi anni hanno portato in alcuni casi allo scioglimento di amministrazioni comunali, alla condanna di imprenditori legati all’organizzazione (tra loro anche un ex sindaco) e allo svelamento di una rete di connivenze da lasciare senza fiato.

torino2La ‘ndrangheta che opera al Nord, e in special modo a Nord Ovest, è una mafia che si mimetizza, che non ammazza (se si esclude il delitto del procuratore Bruno Caccia, nel 1983), che si fa visibile e invisibile a seconda delle proprie necessità: visibile quando deve essere riconosciuta dall’esterno, quando cioè deve fare affari; invisibile quando deve sfuggire alle inchieste e all’azione giudiziaria. In quello che un tempo era il “triangolo industriale” italiano, la ‘ndrangheta lavora e dà lavoro, si infiltra o tenta di farlo nelle amministrazioni comunali e nei cantieri delle piccole, medie e grandi opere, si insedia nel tessuto economico, si radica. “Quando si è deciso di realizzare la Tav – ha spiegato il Senatore Esposito, vicepresidente della Commissione Trasporti – abbiamo subito pensato al modo grazie a cui evitare questi pericoli. Il lavoro svolto dal Gitav, il gruppo interforze Tav, ha permesso di portare alla luce tentativi di infiltrazione nel cantiere di Chiomonte… peccato che l’Expo non abbia tenuto in considerazione questa esperienza. Ritengo il Gitav uno strumento da esportare quando si realizzano grandi opere o opere pubbliche a rischio”.

“Bisogna partire da quella che è la società”, ha puntualizzato il prof. Sciarrone nel suo intervento, “e abbandonare la visione mafiocentrica. È solo studiando il contesto che si trovano le risposte alle domande: perché in quel territorio c’è quella specifica mafia? Perché ha quelle determinate caratteristiche? Perché ha scelto quella zona e non un’altra? E’ solo conoscendo le reti sociali che si arriva a comprendere come si favoriscono le mafie: poiché nella realtà i mafiosi non hanno capacità imprenditoriali, la loro capacità di fare affari è data dalla capacità di stringere accordi con chi gli affari li sa fare molto bene. La cosiddetta “area grigia”, composta da imprenditori, politici, professionisti, ci dovrebbe preoccupare – ha aggiunto Sciarrone, autore anche di un importante lavoro sulle Mafie del Nord – perché non è illuminabile e in alcuni casi ha addirittura acquisito una propria autonomia”. Intorno a questi concetti è ruotato anche l’intervento del procuratore aggiunto Perduca, il quale, mentre ha ricordato alcune delle inchieste più importanti che hanno avuto come teatro il Piemonte (“Minotauro” e “San Michele”), si è soffermato sul grande interrogativo, vecchio ormai di 30 anni, legato al riconoscimento delle mafie da parte della magistratura: un interrogativo che spesso pone paletti pericolosi e che riporta al grande dilemma, sorto anch’esso negli anni ‘Ottanta e a oggi completamente svelato, sulla presenza o meno delle mafie al Nord.

Colpire i patrimoni mafiosi è il mezzo più efficace per contrastare le mafie. Specie se questi vengono restituiti alla cittadinanza, alla quale erano stati sottratti (guarda la mappa dei beni confiscati in Piemonte). La referente di Libera Piemonte, Fava, ha ricordato l’impegno di questi anni della più grande associazione antimafia italiana, Libera, i risultati conseguiti con la legge 106 del ’96 e l’esperienza del bar Italia Libera – ex bar Italia, in via Veglia a Torino – un pubblico esercizio sottratto nel 2011 a Giuseppe Catalano, intorno al quale per molti anni sono ruotati gli interessi dei locali di ‘ndrangheta: il bar è oggi gestito dalla cooperativa Nanà. “Una esperienza non scevra di difficoltà – ha ammesso Maria Josè Fava – ma che Torino invitostiamo affrontando con grandissimo entusiasmo. Bar Italia è un simbolo: di legalità, di impegno comune, e ogni caffè che viene preparato in quel posto è una piccola vittoria di chi con la mafia non vuole fare affari ma la vuole combattere…”. Da notare che è la prima volta che ad un’associazione del genere viene concessa una licenza commerciale.

La mafia è cosa di tutti. La voglia e il bisogno di lavorare insieme, su tutti i fronti, per una società più equa e onesta sono stati il focus anche dell’intervento conclusivo di Salvatore Scelfo. Dopo aver rammentato il valore della sua esperienza svolta in Piemonte (in particolare con le sedi di Biella, Novara, Vercelli, Torino, Verbania), Scelfo ha invitato tutti i rappresenti sindacali a fare fronte comune contro le mafie imparando innanzitutto a riconoscerle, per non commettere l’errore, denunciato all’inizio di convegno dal Senatore Esposito, di tanti, troppi politici anche di oggi: ritenere che il solo modo per contrastare le mafie passi per la via giudiziaria.