I CANTIERI POSSONO ASPETTARE QUALCHE SETTIMANA, ORA PROTEGGIAMO I LAVORATORI DELLE PRIME LINEE!

Ufficio stampa Filca nazionale 19 Marzo 2020

Lettera del segretario generale Franco Turri, pubblicata su Avvenire di venerdì 20 marzo.  

Ma davvero c’è tutta questa smania di riaprire cantieri fermi per mesi, per anni? O di far partire opere che aspettano la prima posa da tempo immemorabile? E quanto può influire un ritardo di 2, 3 mesi sui tempi di realizzazione di una grande opera, che sappiamo essere, in media, di 15 anni? La risposta a queste domande l’abbiamo già. Travolti da questa emergenza sanitaria, sociale, umana, economica, possiamo serenamente asserire che i cantieri possono aspettare qualche settimana.
Ci sono almeno tre buoni motivi a sostegno di questa tesi. Il primo: in questo momento la priorità assoluta è la salute e la sicurezza dei lavoratori. Una conditio sine qua non che nella maggior parte dei cantieri non è possibile assicurare, perché è davvero difficile, per la peculiarità di questo lavoro, evitare i contatti, la vicinanza, il lavoro di squadra, e perché mancano in tutta Italia i dispositivi di protezione previsti dalla normativa sul Coronavirus.
Secondo motivo: cominciano a scarseggiare le forniture indispensabili nei cantieri, come ferro, calcestruzzo, acciaio. E sarà sempre peggio.

Vignetta di Bucchi (dalla prima pagina di Repubblica)

Terzo motivo: anche i lavoratori edili possono avere una tutela economica. Le misure già esistenti, oltre a quelle previste dal Decreto ‘Cura Italia’, sono in grado di assicurare una certezza economica anche per i lavoratori delle costruzioni.
Ma a questi tre buoni motivi si affiancano tre condizioni necessarie perché tutto avvenga senza intoppi. La prima condizione è che le stazioni appaltanti non richiedano i danni per i ritardi nell’esecuzione dei lavori.
La seconda condizione, strettamente legata alla prima, è che il Governo conceda subito la causa di forza maggiore, per evitare strascichi giudiziari che finiranno con il danneggiare soprattutto i lavoratori.
Infine, ma non da ultimo, la terza condizione: l’Inps e le Regioni si attivino per far fronte alla ingente mole di richieste di Cassa integrazione dalle quali saranno sommerse. Non potranno esserci ritardi, non accetteremo che possano esserci lavoratori edili senza salario e senza ammortizzatori sociali. Si proceda subito a snellire l’iter e a indicare tutte le procedure per una gestione rapida delle pratiche.
Infine una considerazione: se davvero qualche imprenditore edile fosse riuscito a procurarsi mascherina, tuta, guanti, rinunci ugualmente all’attività nel suo cantiere e consegni i mezzi di protezione ai tanti lavoratori che in questo momento stanno lottando senza sosta nelle prime linee: personale sanitario, forze dell’ordine, addetti della farmaceutica, del gas, dell’acqua, dell’energia, dei trasporti, dell’informazione e della filiera alimentare (produttiva e distributiva). Loro sì che non possono fare a meno di lavorare, e lo fanno per tutti noi. Spesso senza protezioni adeguate e in qualche caso rimettendoci la salute, se non addirittura la vita.
I lavoratori e le imprese edili, dal canto loro, sono alle prese con 12 anni di crisi del settore. Non ci sembra davvero un problema se per i cantieri si dovrà aspettare ancora qualche settimana…